La città di San Frediano. Lucca fra VI e VII secolo: un itinerario archeologico

mercoledì 19 maggio 2010

Storia in pillole: dal portus Telamonis a Talamonaccio




Giulio Ciampoltrini

Telamon. La città e il porto
nel sistema degli insediamenti dell’Etruria centrosettentrionale costiera


La posizione chiama il rilievo oggi detto di Talamonaccio ad un ruolo privilegiato nel sistema degli insediamenti, quando occorra coniugare sicurezza dell’abitato e controllo del territorio. Dal pur modesto rilievo di Talamonaccio, in effetti, lo sguardo svaria dai Monti dell’Uccellina al Giglio, all’Argentario e oltre, fino al promontorio sul quale sorse Cosa, vigilando su un braccio di mare cruciale per i traffici tirrenici; più della modesta foce dell’Osa, a sud, sono le lagune litoranee che ancora nello scorcio finale dell’Ottocento si disponevano sul fianco interno dell’Uccellina, e fino al cordone litoraneo che si salda al rilievo di Bengodi – propaggine settentrionale del sistema di Talamonaccio – ad offrire eccellenti occasioni portuali.
A terra, infine, il rilievo declina rapidamente nella sella che è passaggio obbligato per chi affronta gli itinerari costieri, subito dopo il valico dell’Osa.
Se già nel Bronzo Medio il sito era frequentato (Fedeli 1993), nel Bronzo Finale è attestata per la prima volta la simbiosi fra acropoli (Talamonaccio) ed epineion, nell’insediamento destinato a rimodularsi infinite volte sulle sponde della laguna, subito ad ovest di Fonteblanda; lo scorcio finale dell’Età del Bronzo vede anzi una particolare vivacità di questo sistema, segmento della serie di insediamenti costieri e perilagunari che costruiscono un vero e proprio sistema, particolarmente percepibile in questo tratto dell’Etruria (Ciampoltrini 1999).
Sono ancora le risorse della laguna a stimolare la ripresa degli insediamenti nell’Età del Ferro, se coglie nel segno la proposta di attribuire a questo volgere di tempo il più cospicuo fra gli abitati ‘specializzati’ nell’estrazione del sale e nella conservazione del pesce che la ricerca di superficie ha individuato sulle sponde della perduta laguna, e di collegarlo al sepolcreto emerso ai primi del Novecento (Ciampoltrini 2001); ma è nell’intrecciarsi di traffici del primo arcaismo, nei decenni iniziali del VI secolo a.C., che fra la laguna e il piede del rilievo di Bengodi si dispone un insediamento ‘di fondazione’ – come dimostra l’applicazione di rigorosi moduli urbanistici, coniugata alla isomoiria nella distribuzione dei lotti edificabili – che svolge un ruolo non secondario nella rete commerciale nella quale, nei decenni centrali del VI secolo (gli anni della battaglia ‘del Mar Sardo’ o di Alalia), si intrecciano navi e trafficanti etruschi, greci, fenici, come indicano le restituzioni di materiali e in particolare la massa di anfore etrusche dei tipi Py 3 e (nella fase estrema) Py 4, oltre che di spugne in ferro (Ciampoltrini 2003; Ciampoltrini – Firmati 2002-3).
Nella seconda metà del secolo l’insediamento perilagunare è appena dislocato, forse per far fronte ad avversità ecologiche, ed è completato dal tempio attestato da poche, ma coerenti tetsimonianze di terracotte architettoniche (Ciampoltrini – Rendini 2007).
Sia per la crisi ‘internazionale’ che trova nella battaglia di Cuna, del 474 a.C., il momento culminante, sia per la drammatica involuzione dell’intera rete di insediamenti della bassa valle dell’Albegna, il portus Telamonis dell’area perilagunare di Fonteblanda si estingue intorno alla metà del V secolo a.C.
Occorre attendere quasi un secolo, perché intorno al 350 a.C. si strutturi di nuovo un sistema ‘abitato d’altura-epineion’ in grado di divenire un nodo essenziale sia delle rotte tirreniche, che della vie litoranee o che dal mare risalgono per la valle dell’Albegna fino al distretto tiberino (Ciampoltrini 2002). È forse Vulci, per impulso della città-stato o affidando l’impresa a consorterie gentilizie, a promuovere una riorganizzazione del territorio in cui il poggio di Talamonaccio svolge un ruolo comparabile a quello affidato all’insediamento che sull’istmo di Orbetello controlla le risorse portuali della grande laguna, o che – da Ghiaccioforte a Saturnia – provvede altrettante tappe di un itinerario la cui ovvia conclusione è a Orvieto, all’innesto con le vie di terra e fluviali del Tevere (Rendini 2009 a).
La strutturazione urbana di Telamon, provvista di una cerchia muraria vista negli scavi ottocenteschi, è completata da un’area sacra in cui spicca il tempio le cui ristrutturazioni hanno concesso una straordinaria sequenza di terrecotte architettoniche; sono, tuttavia, i sontuosi corredi della necropoli esplorata negli anni Settanta dell’Ottocento (Chelini 2006) a testimoniare l’opulenza di un’aristocrazia che dalla città e dal suo porto – individuato ancora una volta nella laguna e nell’insediamento sulle pendici di Bengodi – partecipa ai traffici e, come propone un’ipotesi inverificabile ma certamente affascinante, alla ‘pirateria’ tirrenica del IV secolo a.C. (Ciampoltrini 2002). Proprio per questo l’epineion sembra oggetto delle prime campagne romane nell’Etruria centrale tirrenica, alle quali l’abitato sopravviverà, forse ridimensionato ad un riuolo ‘locale’, ma non la sua propaggine portuale (Ciampoltrini – Rendini 1992).
In questa cornice si distribuisce la massa di monete restituite dagli scavi ottocenteschi, contrappunto ad un’evidenza di materiali che partendo dalla massa di produzioni attiche a vernice nera dei decenni finali del IV secolo a.C. (Ciampoltrini – Rendini 1992) traccia comunque la partecipazione di Telamon ai traffici marittimi, seppure in maniera sempre più marginale.
La battaglia del 222 a.C., che segnò il disastro dei Galli, testimonia il valore strategico che il sito conservava come chiave per la penetrazione verso Roma, negli itinerari terrestri dell’Etruria, e prontamente adeguati da Roma con l’apertura della via Aurelia (sintesti in Ciampoltrini – Cosci – Spataro 2008), ed è probabile che il santuario, la cui lunga sequenza di rinnovamenti è conclusa dal ciclo di decorazioni frontonali dei decenni finali del II secolo che rammenta l’impresa dei Sette contro Tebe, contribuisse a corroborare il ruolo della città. La piccola serie di terrecotte votive recentemente edita (Rendini 2009) certifica della valenza iatrica del culto che vi si svolgeva, anche se non è facile sottrarsi alla suggestione di una risolutiva componente mantica, obliquamente rispecchiata dalla figurazione dei Sette contro Tebe, dominata dal ‘segno dell’oracolo’ (Ciampoltrini 1995).
Le dotazioni delle domus cittadine – in particolare nelle pavimentazioni (Rendini 2001) – appaiono coerenti con il tono urbano ‘medio’ dell’Italia tardorepubblicana. Con questo è coerente il livello medio delle restituzioni ceramiche o di bronzi (Ciampoltrini 1985), e lo stesso circolante monetario di cui qui si da finalmente un esaustivo conto.
Il disagio sociale dell’Etruria degli estremi anni della Repubblica è tale da non imporre di valutare un possibile rapporto tra le connotazioni della città sul Talamonaccio e il ruolo svolto nella fase finale della guerra civile tra Mariani e Sillani.
A Telamon approda Mario, nell’87 a.C., nel suo viaggio di ritorno in Italia dall’Africa (Plutarchi Vita Marii, 41, 2), forse non solo perché in questo tratto dell’Etruria si conclude sulla costa italiana la rotta che tracciata dall’Africa seguendo il ponte formato da Sardegna e Corsica: l’Etruria è uno dei ‘poli’ del partito, e lo confermerà nella devastante fase finale del conflitto, in cui la stessa Telamon scompare, in modo drammatico. Il silenzio dell’indicatore numismatico, dopo l’85 a.C., è un inquietante segno delle devastazioni della guerra civile attestate dalle fonti da Populonia a Volterra, e su paesaggi ancor più vasti dai ripostigli di monete, grandi o piccoli, che si addensano negli ultimi anni di quel terribile decennio (Rendini 2009). Le armi in ferro ammucchiate in strati – gladi, pila – emerse nello scavo ottocentesco sono il ‘commento’ archeologico alla battaglia senza scampo per i Mariani che si dovette combattere sulla piccola città che sbarrava la via verso le roccaforti mariane dell’Etruria settentrionale (Ciampoltrini 1985).
Dopo l’incendio che suggellal’espugnazione, verosimilmente nell’82 a.C., o poco prima, il silenzio scende su Telamon. La vita prosegue invece nel territorio, sul grande asse viario offerto dalla via Aurelia (Ciampoltrini 2004; Ciampoltrini – Cosci – Spataro 2008) e, soprattutto, dal mare. Il nuovo sistema portuale, ristrutturato negli anni di Traiano, preferisce tuttavia il lato opposto del golfo di Talamone, dove sorgerà poi anche l’insediamento medievale (Ciampoltrini – Rendini 2004).
Per breve tempo, dopo sporadiche frequentazioni tra VI e VII secolo, Talamonaccio torna sede di insediamento protetto, nel Medioevo (Ciampoltrini 1993): il denaro pavese di Ottone è testimone squillante di questa effimera rifioritura, perché già nel Duecento solo un castellare può essere segnalato sul pianoro dalla storia straordinaria, incredibilmente ritornato a vivere nel sistema di forti costieri del Regno d’Italia, alla cui costruzione si deve anche la riscoperta di questo capitolo di storia dell’Etruria.


Bibliografia

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